Porcile.

di Francesco Risaliti  
“Porcile” di Pier Paolo Pasolini in scena al Metastasio, con adattamento e regia di Valerio Binasco, è un affresco straordinario della nostra società, composto quadro dopo quadro nella scena cristallizzata magistralmente da Lorenzo Banci.Gli attori della Compagina Stabile incarnano uno ad uno i personaggi che conducono all’abominio, all’abisso “familiare” e sociale. Gli anni sessanta di Pasolini in un attimo piombano in questo nuovo secolo con la durezza ed il dolore di un pugno allo stomaco.

Julian Klotz, Francesco Borchi, la normalità perché non c’è niente di più normale della sua perversione rispetto all’anormalità che lo circonda.

Suo padre il Signor Klotz, Mauro Maliverno, l’avidità e la totale mancanza di cultura affogata nei bignè.

Hans-Guenther, Franco Ravera, la spietatezza dello sbirro politico. Wolfram, Pietro D’Elia, la semplice dolcezza inconsapevole di un anziano. Maracchione, Fabio Mascagni, l’incoscienza del contadino/popolo.

Herdhitze, Fulvio Cauteruccio, la violenza psicologica del torturatore ed assassino di ebrei che alla fine copre tutto con nebbia soporifera.

Ida, Elisa Cecilia Langone, la pochezza e vacuità della mancanza di ideali pur cercati, rappresentata perfettamente nello stereotipo di personaggio inconsistente.

Ed infine lei, la madre Berta Klotz, Valentina Banci, che prepotentemente si impossessa della scena trasformandosi da personaggio secondario in filo conduttore del grottesco quadro familiare/società. 

Perché grotteschi, alterati nell’aspetto e nella voce sono tutti i personaggi di Binasco e Banci si trasforma nella madre alcolizzata, drogata e dissoluta con ogni mezzo a disposizione della sua potenza recitativa: il tremore della mano; l’instabilità delle gambe; il trucco bianco con gli occhi profondi e neri e le labbra rosse; i capelli, la parrucca ed i cappelli; gli abiti perfetti della costumista Sandra Cardini.

La madre modellata da Binasco e Banci altro non è che l’immobilità della nostra società. Berta è l’unico personaggio ad aprire gli occhi sul figlio che si accoppia con i maiali. Però piuttosto che comprendere ed accettarne la diversità, preferisce averlo immobile ed imboccarlo con indifferenza ed odio profondo.

Ebbene questa madre siamo tutti noi, che indifferentemente “imbocchiamo ed odiamo” il nostro paese piuttosto che provare a comprenderlo, accettarlo e provare a cambiarlo. Lo stesso facciamo noi pratesi che subiamo inermi tutto ciò che ci viene servito da amministratori e politici che pian piano ci stanno trascinando nell’abisso dove sorge il porcile. E così Prato non premia con il pubblico il Porcile di Binasco e Magelli, accoppiata della quale sentiremo ancora parlare, perché è uno specchio spietato nel quale si riflette la vacuità, la pochezza e mancanza di cultura che permea ogni strato della nostra città.

Ed i “nostri maiali” sono tutti li famelici con la bocca aperta che ci aspettano per triturarci e mangiarci come il povero Julian.

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